Tutto quello che possiamo imparare da una storia di merda

Anche io ho letto i tweet su Gubbio e ne ho riso. Ho ascoltato i famosi audio, ho sviscerato tutti i riferimenti possibili e ho trovato da subito quella storia tragicamente divertente, mentre provavo a dispiacermi per chi, stando a quello che leggevo, aveva passato un brutto pomeriggio.

La storia del ristorante il cui pranzo di pesce ha fatto sentire male tutti i commensali ha fatto il giro d’Italia in pochissimo tempo. Nell’arco di qualche ora sapevamo dove, cosa e in che modo sono andate le cose. In buona sostanza ci è stato detto che in un ristorante di Gubbio un pranzo di gruppo organizzato da un’associazione di pesca aveva provocato malesseri di vario genere in tutti i commensali. La vicenda ha fatto notizia perchè si è parlato, in messaggi whatsapp e sui social, di “scene apocalittiche”, con riferimento diretto a persone che non erano riuscite ad arrivare al bagno – del ristorante o di casa – defecando ovunque, svenendo e addirittura facendo e provocando incidenti stradali. Questa notizia è stata ovunque, sui social media e su alcune testate online. Se sui social network la notizia veniva veicolata come “assolutamente vera” e corredata da video e foto che in effetti la facevano sembrare tale, sui media per fortuna il condizionale è stato d’obbligo per un po’ di tempo. Senza andar troppo per le lunghe: si è scoperto che la notizia risultava per il 90% assolutamente falsa.

C’è stato un pranzo in cui il cibo, portato dall’associazione che l’ha organizzato e in parte non preparato dal ristorante ospitante, ha provocato in qualcuno dei commensali leggeri malesseri. Nessuna scena apocalittica, nessuna disgustosa “perdita” fuori dal normale. Solo qualche mal di pancia esagerato da chi aveva voglia di far volare la propria fantasia a scapito di una storia del tutto ordinaria.

Quel che c’è di straordinario in questa storia è probabilmente solo ciò che può insegnarci sulla direzione che sta prendendo l’informazione oggi, per chi la fa e per chi la riceve.

La falsa notizia, non appena diffusa, è diventata virale in pochissimo tempo. Praticamente tutti, nei modi più svariati, l’hanno condivisa con amici e parenti e sui propri profili social. Le foto erano veritiere, gli audio su whatsapp, per quanto al limite del ridicolo, raccontavano una storia. Chiunque ne parlava e utenti social e persino giornali online ci hanno creduto.

Come è venuto fuori che la notizia è falsa è la parte di tutto questo che diventa piccola lezione di giornalismo base. Sono stati i giornali, primo fra tutti probabilmente Il Post , che hanno fatto esattamente quello che devono fare i giornali prima di pubblicare una notizia: verificarla. Dopo aver, alcuni e in parte, contribuito a diffonderla con il chiaro intento di “stare sul pezzo”, i giornali si sono ricordati che per parlare di qualcosa e di qualcuno bisogna prima contattare le fonti più affidabili della notizia: sono stati chiamati ASL, Ospedale e ristorante di Gubbio. Questi, dati alla mano e esperienza diretta vissuta, hanno potuto raccontare la verità, spiegando anche da chi è nata la viralità di una notizia che loro stessi stavano cercando di arginare in molti modi. Per farla breve, grazie al lavoro – vero – dei giornalisti siamo stati tirati fuori da una fake news che ci stava facendo eliminare Gubbio dai paesi da visitare e credere in foto che non abbiamo pensato di ricercare su google. L’articolo citato del Post risulta importante perchè, oltre a raccontare la verità, spiega ai lettori come è giunto a quella verità, consapevole di lavorare in un’epoca in cui è necessario provare la propria credibilità. I giornali hanno dovuto spiegare di avere fonti certe per smentire una notizia che per tutti era, oramai, assolutamente vera.

A margine della smentita, non a caso, è stato realmente complesso far circolare la notizia della falsità del racconto con la stessa velocità con cui si era diffusa la prima. Gli articoli lunghi li hanno letti in pochi, ci è voluto almeno un giorno un mezzo e solo poi, quando la fake news è diventata virale come tale, tutti hanno saputo la verità. Non prima di aver a lungo discusso su profili social, anche su testate ve l’assicuro, se fosse corretto ridere di quella storia o meno. Non prima di averla condivisa ovunque.

Questa storia, con i suoi tratti assurdi e disgustosi, probabilmente può servirci. A me, per esempio, ha fatto riflettere su quanto sia forte la tendenza a dare per buona la prima cosa che leggiamo e che anche solo poche persone – magari tanto seguite – ribaltano. Non viene spontaneo chiederci e chiedere approfondimenti, quello che viene detto è un dato. Oggi, praticamente, chi fa informazione deve approfondire – magari come prima cosa, non dopo – e lottare perchè il suo approfondimento venga preso in considerazione. Chi usufruisce della notizia tende a non approfondire mai, anche quando può farlo semplicemente con click in più. Ecco quindi che il virale prende il sopravvento sul naturale, sul corretto, sul logico; ecco che tutto diventa più pericoloso. Perchè può trattarsi di una storia semi-divertente, ma anche di qualcosa di più.

Riassumendo, quel che abbiamo imparato dalla storia di Gubbio è:

  • Siamo capaci di credere a tutto, ma davvero a tutto, ciò che ci raccontano senza mai metterlo in dubbio in maniera sana
  • Il giornalismo è tornato indietro: deve ricordarsi come si usano le fonti e poi, pure, spiegare come e perchè le ha usate
  • Facciamo fatica ad approfondire le cose: ci scoccia leggere a lungo, ci dà noia anche fare i conti con il fatto che abbiamo creduto ad una storia FALSA
  • Ci stiamo concentrando molto – e a volte forse in maniera forzata – sull’eticamente corretto proprio nel momento in cui correttezza e verità le mettiamo da parte
  • Si può ridere o piangere di qualcosa, ognuno prende le notizie come meglio crede, l’importante è che siano vere!
  • Il pesce prima di essere mangiato va comunque controllato e abbattuto

Non è difficile comprendere l’importanza dell’informazione, basta guardarsi attorno!

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