Cultura formato social

Fare cultura sul web: come, quando e perchè spiegati dai protagonisti…e non solo!

Una polemica e qualche storia instagram: da qui nasce l’idea per questo articolo. Circa un paio di mesi fa, in occasione del Salone del Libro di Torino, bookblogger e bookinfluencer, giustamente risentiti per un articolo apparso su La Stampa, hanno utilizzato i loro canali di comunicazione per controbattere e, contemporaneamente, mettere i puntini sulle i circa il loro lavoro.

Nell’articolo in questione una giornalista, parlando del SalTo, criticava l’attività di blogger e influencer del libro. Questi, secondo lei, toglierebbero dignità e lavoro ai librai, danneggiando di fatto il mercato del libro e i suoi attori principali. A risponderle sono stati anche i librai. La sua argomentazione, forse fatta con poca cognizione del mondo del web, è stata smentita da tutti. I blogger hanno spiegato il loro ruolo, ben lontano da quello del libraio; i librai, per contro, hanno spiegato come i blogger più che togliere lavoro…portano clienti!

Il lavoro di blogger e influencer crea confusione, sia in chi li segue che in chi non sa cosa siano. I primi a volte li scambiano per portatori di nozioni e assolute verità, i secondi li demonizzano come se creassero danni alle tradizioni e al modo di vivere. Basterebbe invece capire che sono persone che, semplicemente, hanno scelto di utilizzare la tecnologia per dire ciò che pensano e farlo nel modo più libero possibile. Scelgono di condividere pensieri, mostrare lati della loro vita e ciò che amano di più.

Da giornalista, che pure sente l’esigenza di dire ancor di più con blog e social, poco capisco chi, prima di parlare di qualcuno, non si informa su cosa faccia realmente. Ed oggi, ripensando a quella polemica, al fatto che sia stata fatta rispetto a qualcuno che sui social parla di libri e ad una serie di riflessioni che ne sono derivate, decido di fare chiarezza tra i pensieri. Il web è un posto troppo grande per poter avere un ordine e, lungi da voler ritornare su argomenti già troppo sviscerati, ho pensato di restringere il campo. Concentrando il focus sulla cultura, mi sono chiesta quanto questa e i social possano convivere e, soprattutto, aiutarsi l’uno con l’altro.

Chi decide di usare i social per fare cultura? Perchè lo fa? I social sono davvero utili per rilanciare la cultura? E qual è il modo giusto di usarli?

Per rispondere a queste domande, in pieno stile Il Circolo della Stampa, ho pensato di guardarmi attorno, di chiedere, ascoltare, leggere. Quale modo migliore per scoprire cosa c’è se non usando lo strumento protagonista del pezzo? Nell’era di instagram, è bastata l’iconcina della risposta aperta nelle stories e qualche intervista in direct per raccogliere quel che serve.

Con i social, ho scoperto cosa ne pensano di cultura blogger, influencer e semplici utenti. Il risultato di base è che sì, la cultura tramite i social si può fare, e pure tanto, ma da sapere c’è qualcosa in più.

La parte bella di questa “raccolta” è stato scoprire che blogger e influencer, seppur con idee ed esperienze diverse, hanno colto la chiave di volta: bisogna fare community. Rispondere, dialogare, confrontarsi continuamente. I social permettono questo, non è già un primo, gigantesco passo verso la comprensione del concetto di “divulgazione culturale”?

La cultura secondo me ha il vantaggio di avere una grande componente narrativa e quindi c’è molto potenziale per poterci costruire attorno qualcosa che risponda bene alle varie esigenze delle piattaforme.
-Tegamini-

Francesca Crescentini, alias Tegamini, è tra le cultural blogger più seguite. Conta 58,8 mila follower su Instagram, parla di libri, ma anche di viaggi, prodotti, vita quotidiana. Nella vita fa la traduttrice, sul web, a sua detta, “scrive delle cose, propaga entusiasmi, pettina unicorni e compila wishlist.” I suoi post, le sue stories, i suoi articoli sono colmi di belle informazioni, conditi da un’ironia unica nel suo genere. Fa sorridere mentre consiglia un libro, racconta una mostra, un viaggio o una semplice giornata. In poche parole, non stanca mai. 

Barcamenandosi tra famiglia, lavoro e impegni, ha risposto immediatamente all’appello de Il Circolo della Stampa. Qualche messaggio vocale in direct ed ecco tutte le risposte alle mie domande.

“Secondo me i social sono uno strumento ora molto valido e molto frequentato, i tempi si sono evoluti ed è innegabile che quello che succede sui social sia diventato parte della nostra dieta di contenuti. Quindi sono un nuovo (relativamente nuovo) luogo dove si possono trovare delle informazioni e delle fonti di intrattenimento e sicuramente un tema che può trovare un grande spazio, perchè molto narrativo, è quello che è legato alla cultura. Io alla fine parlo tanto di libri, ma parlo anche di mostre, viaggi, scoperte di posti, di “cultura”, e trovo sia sempre ricevuto molto bene come tema, incuriosisce.”

Tegamini ha puntualizzato cosa fare sui social, ma sopratutto come farlo. Probabilmente è questo che fa la differenza: “Chiaramente va fatto in un certo modo, non tutti riescono a farlo in una maniera efficace o in una maniera che davvero crei engagement con il pubblico, ma questo vale per qualsiasi tema che si può affrontare sui social, non solo per la cultura. La cultura secondo me ha il vantaggio di avere una grande componente narrativa e quindi c’è molto potenziale per poterci costruire attorno qualcosa che risponda bene alle varie esigenze delle piattaforme. Instagram ti dà la possibilità di far vedere delle cose sia a livello fotografico che di video e soprattutto di raccontare. Le stories sono uno strumento molto valido e prezioso in questo senso. I social fanno il miracolo? No, dipende molto da come si scelgono le cose e da come si sceglie di raccontarle e spiegarle, dall’approccio che si trova. Ci sono tantissimi divulgatori scientifici che stanno lavorando molto bene su instagram per esempio. Ci sono poi i blog dove si può ancora raccontare. Chiaro che un blog non basta più da solo, perchè non ci arriva su nessuno se non hai un rilancio e un sostegno fatto con i social. Quindi è tutto un sistema che si può alimentare un pezzettino alla volta e si può anche raccontare qualcosa di complesso. Diciamo che ci sono tantissimi margini di manovra per scegliere come fare una cosa.

Ma il modo giusto per sfruttare i social quel è? “E’ un domandone. Secondo me bisogna, e vale per tutto, non solo per la cultura, capire dove fare le cose. Non è detto che sia necessario essere su tutti i social. Se, per esempio, non padroneggiamo bene un determinato mezzo o se un determinato mezzo non si adatta alle nostre esigenze. Quindi il primo passo secondo me è capire dove si deve lavorare, e la scelta del canale è assolutamente fondamentale. Non bisogna prenderla come un’attività secondaria credo, quindi anche dal lato social ci sono degli investimenti che vanno fatti e delle professionalità che vanno utilizzate e dei soldi che ci vanno messi. La cosa di “che bello facciamo raccontare questa cosa a mio cugino” quando invece ci vorrebbe un approccio professionale quando si è un’istituzione, un posto, un museo, una mostra, una casa editrice ecc non è più applicabile secondo me, e per fortuna direi. In generale poi bisogna rendersi conto che non è importante solo buttare fuori dei contenuti. I contenuti vanno pianificati, studiati bene e soprattutto vanno seguiti quando escono. E’ un errore che molto spesso si fa, si pensa che basta buttar fuori la roba per creare attenzione e avere un ritorno. In realtà le persone si aggregano soprattutto sui social in base a delle passioni, a degli interessi. Si segue quello che ci può informare e intrattenere, e sopratutto diventa un dialogo.

“La cosa virtuosa si innesca quando non si diventa solo fruitori passivi di quello che vediamo ma quando si crea una community, quindi bisogna parlare con le persone.

“Bisogna esserci quando c’è necessità di spiegare delle cose, non bisogna aver paura, bisogna chiacchierare con la gente e spiegare loro le cose e trovare il tono di voce adatto. Forse soprattutto con la cultura ci sono tantissime persone che non si approcciano a degli strumenti tradizionali, penso ai giornali o alla saggistica più alta perchè si sentono respinti dalla distanza che viene percepita. In realtà ci sono tantissimi modi per affrontare un sacco di argomenti con un linguaggio ed un approccio che non escluda e quindi non ti faccia sentire in difetto. Si sceglie il canale e si capisce quali tipi di contenuti devono essere messi e si capisce qual è il tono di voce che deve avere la nostra presenza online e si usa il medesimo tono di voce per poi costruire una relazione, parlare e prendersi cura dei contenuti che sono venuti fuori.

Tutto nasce dal modo in cui una storia viene raccontata. Se viene raccontata con entusiasmo, con piacere, con aneddoti, con curiosità, e soprattutto in maniera chiara allora credo proprio faccia la differenza.

Dario Padalino – Pillole di Cultura

Dario Padalino è uno studente universitario, ha deciso di fondare su Instagram la pagina Pillole di Cultura (oggi 96,2 mila follower) per promuovere ciò che ama di più. E’ giovane e sognatore, e vuole dimostrare come la sua generazione non sia realmente lontana dalle cose belle di questo mondo. Le sue risposte alle domande de Il Circolo della Stampa sono in questo senso emblematiche.

“Mi piace definire Pillole di Cultura come l’arrivo di un’aria fresca in una giornata torrida, perché su instagram la maggior parte delle pagine sono d’intrattenimento. La pagina è nata a gennaio 2018 da me, Dario Padalino, perché sentivo l’esigenza di dover raccontare e di divulgare ciò che più emoziona e affascina: la poesia e la storia dell’uomo.”

Ma che riscontro ha Pillole di Cultura? “Più che parlare di like, mi piacerebbe parlare di raggiungibilità: raggiungere più persone possibili, raggiungere il cuore delle persone, per far conoscere e apprezzare ogni giorno nuove storie. La pagina continua a crescere ogni giorno, e questa è una bella notizia perché vuol dire che siamo ancora in grado di emozionarci di fronte alla storia di un popolo o di fronte a una poesia.” A proposito di libri raccontati sui social Dario ha sottolineato che “fa bene trasmettere la passione per la lettura e per i libri, perché in fondo la lettura allena il cervello, ci fa pensare meglio e amplia le nostre conoscenze. Sicuramente è un ruolo delicato perché i libri non si consigliano a casaccio. Ma i social possono riavvicinare davvero i giovani alla cultura? Tutto nasce dal modo in cui una storia viene raccontata. Se viene raccontata con entusiasmo, con piacere, con aneddoti, con curiosità, e soprattutto in maniera chiara allora credo proprio di sì. Se tutto viene raccontato in maniera meccanica perché qualcuno ce lo obbliga si finisce per ritrovarsi davanti la stessa noia.  Oggi noi abbiamo la fortuna di far raggiungere un messaggio in pochi secondi da una zona all’altra più o meno lontana. Sicuramente la televisione riesce a raggiungere più persone e dunque si può comunicare di più, così come i libri, ma anche i social, negli ultimi anni sempre più in crescita, hanno e avranno sempre un ruolo più importante nel comunicare la cultura. 

Il modo migliore è quello di toccare argomenti che non siano sempre e necessariamente “main stream” così da invogliare il pubblico alla ricerca e alla scoperta.

Libriamoci Blog

Chiara e Matteo, autori di Libriamociblog, hanno creato uno spazio in cui “dare vita ad un luogo dedicato alla lettura e ai libri che potesse offrire un punto di vista nuovo, fresco e decisamente poco ingessato sul panorama librario ed editoriale.” Recensiscono libri, ne parlano nelle stories e nei post Instagram, dove contano 32,9 mila follower. Voce narrante delle stories è il più delle volte Chiara, che con pacatezza e semplicità sa catturare l’attenzione su libri e storie sempre belli. Hanno voluto rispondere anche loro alle domande de Il Circolo della Stampa su social e cultura, con un punto di vista ancora diverso e interessante.

“Riteniamo che, troppo spesso, i temi a carattere culturale siano trascurati o relegati in un angolo nel panorama dei canali comunicativi tradizionali che, per di più, si rivolgono solo ad una parte di pubblico (non a quello più giovane). I social, in questa partita, giocano un duplice ruolo: sono in grado di raggiungere con più facilità i giovani e sfruttano canali comunicativi con un elevato indice di penetrazione.” E il modo giusto per sfruttarli questi social? “Non esiste una “ricetta perfetta”. In base alla nostra esperienza possiamo dire che il modo migliore è quello di toccare argomenti che non siano sempre e necessariamente “main stream” così da invogliare il pubblico alla ricerca e alla scoperta. In più, utilizzare uno stile informale (ma comunque serio) aiuta ad abbattere alcune barriere di carattere reverenziale nei confronti dei temi culturali.

La cosa divertente dello scrivere questo articolo è stato il farlo potendo ascoltare il parere di tutti, senza sforzi eccessivi. Scritto per raccontarla, questo pezzo è diventato esempio lampante di community culturale su Instagram. Nelle stories de Il Circolo della Stampa, alla domanda aperta “Come si fa cultura tramite i social?” hanno risposto in tanti. Blogger, uffici stampa e semplici utenti hanno fornito spunti interessanti, riportarli tutti era d’obbligo!

>“Bisogna trovare la chiave giusta per attirare l’attenzione su temi che, se affrontati male, possono risultare noiosi e i social, veloci, dinamici e accattivanti, possono aiutare parecchio, se usati per bene!”Libri che ti passa

>“Divulgando notizie vere e verificate. Per acculturarsi non c’è bisogno di #ad” – utente Ig

>Blog e social sono lo strumento perfetto per divulgare cultura perchè immediati e fruibili da tutti” Bertonipe di Travelbloggeritaliane, che ringrazio per aver condiviso il sondaggio

>“Proponendo la cultura in modo interessante e innovativo. creando contenuti veri di valore” Leggere.bere.viaggiare

>“Mostrando le cose belle” – utente Ig

>“Mantenendo il tono istituzionale accanto a quello divulgativo” – Social media manager di un istituto MiBact

>“I social media, se usati con intelligenza, sono lo strumento più importante per divulgare cultura e qualsiasi forma d’arte. divulgare informazione tramite gli attuali mezzi, dà la possibilità a qualsiasi utente di qualsiasi target di poter recepire il messaggio. filtrare tramite un pensiero personale è normale, sarebbe impossibile non farlo. ma, a parer mio, bisogna porre la domanda a chi ci ascolta/guarda. l’importante non è il mezzo a questo punto, quanto il linguaggio utilizzato. Quest’ultimo dovrebbe essere elementare per far si che tutti possano comprendere anche le nozioni più complesse. il sorriso è anche determinante per trasmettere certi argomenti.” ilycozzi

>“Gli articoli ben scritti che danno informazioni vere possono veicolare cultura tra i lettori” – utente Ig

>“E’ difficile perchè sui social la maggior parte della gente vuole essere intrattenuta, ma se si trovano i canali giusti è una grande risorsa.” – utente Ig

Sul nome dei blogger che hanno risposto potete cliccare per guardarne sito o profilo, perchè questa storia della condivisione con un unico fine mi piace davvero tanto.

Difficile trovare una conclusione a questo pezzo, consapevole che di questo argomento se ne potrebbe parlare per ore. Quel che è certo è che per scriverlo sono partita da una domanda, e la risposta un pò l’ho avuta. Ho scoperto, semplicemente utilizzandoli nel modo giusto, che forse forse i social non possono e non devono, per davvero, essere demonizzati; che sono a tutti gli effetti una risorsa. I ragazzi li usano per ore, e se fossero lo strumento adatto per riavvicinarli a ciò che sembra abbiano perso? Se tutti, stando a casa, potessero scoprire che c’è un mondo altro, vederne qualcosa a costo zero e poi decidere di esplorarlo fino in fondo?

La riflessione, più che soffermarsi sul cosa si fa sui social, è ora che si sposti sul come lo si fa, da operatore o da semplice fruitore. Io mi sono messa in entrambi i panni, ne è venuto fuori qualcosa di bello, ne esco con una speranza in più.

Insomma, mentre siete in viaggio, ad una mostra o immersi in una lettura spegnetelo il telefono. Ma se dopo lo riaccendete magari ne parliamo e, magari, ne vien fuori un viaggio in più.

Grazie di cuore ai blogger intervistati e a chiunque abbia contribuito.

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