Tutta la verità della generazione Zeta

Intervista a Federico Roberti, fondatore di Zeta

Zeta è una testata di informazione fondata da quattro giovani appartenenti alla nuova generazione, quella che oramai siamo abituati a chiamare generazione Zeta. Seguendola sui canali social e sbirciando i link del sito ci troviamo di fronte ad una testata di informazione completa. Approfondimenti, notizie di attualità, temi caldi principalmente per la generazione zeta sono al centro di articoli e longform ben scritti e argomentati, colmi di riferimenti interessanti e di punti di vista dei giovani giornalisti che li scrivono.

L’interesse che nutro per novità e nuove generazioni ha portato l’algoritmo di Instagram a suggerirmi la pagine @siamozeta. Poi mi è arrivato un messaggio da Federico Roberti, il suo fondatore. Ne è venuta fuori una chiacchierata via meet lunga e intensa. Abbiamo parlato di Zeta, di generazione zeta, di connessione e comunicazione e di cosa ancora possa nascere dal confronto tra generazioni.

Il bisogno da cui è nato Zeta è trovare un punto di incontro tra la curiosità dei giovani e l’affidabilità che può dare un media di informazione. Nato il 5 ottobre del 2020, Zeta è stato fondato da Federico Roberti, classe 2001, e tre suoi coetanei. L’idea iniziale era creare una media community, una semplice pagina con un obiettivo non ben definito. Poi – dice Federico – c’è stato subito un grande cambiamento. Ci siamo resi conto che ciò di cui ha bisogno la generazione zeta, ma forse anche le altre generazioni, sono gli approfondimenti molto più che le notizie. La notizia pura la trovi ovunque oramai.

Approfondimento, affidabilità e ricerca continua sono quindi i principi cardine di Zeta, in cui vige la regola dell’attenzione alla notizia reale e dell’ammissione di colpa in caso di errore. Il tutto per rispondere all’esigenza di verità che è palpabile tra le fila della GenZ. Federico Roberti mi racconta di aver dato inizio a Zeta dopo aver conseguito la maturità al liceo linguistico. Quando sono uscito dal liceo ho conosciuto una persona, che è Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino Di Bartolomei, storico giocatore della Roma che mi aveva conosciuto grazie ad un articolo che avevo scritto su una testata locale. Mi ha chiesto di incontrarci e da lì è nato un brainstorming. La sua figura non è mai entrata in Zeta ma da lì è nata l’idea di creare qualcosa di nostro. Zeta nasce il 5 ottobre, lo stesso giorno in cui ho fatto il mio esordio all’università, a Scienze Politiche e Roma3, dove ora sto concludendo la triennale. Con Federico Roberti, a dirigere Zeta ci sono ora Marco Barone e Andrea Scoscina. Per fare recruiting e formare la loro redazione i tre fondatori hanno iniziato dai giornalini scolastici. Negli anni Zeta è uscita dai confini romani e ora vanta una redazione ampia e variegata. Siamo divisi in team, – ha spiegato il direttore – c’è chi si occupa della produzione video, c’è il team stories, il team collaborazioni, il team eventi. C’è uno sviluppo ramificato e specifico rispetto alle mansioni.

La conversazione su Zeta ci ha portati inevitabilmente a parlare del confronto tra generazioni. Quando ho chiesto a Federico Roberti se per creare tutto avessero chiesto consiglio a qualcuno di più grande mi ha risposto di no. Ha detto anche di non sapere se questo fosse un bene o un male, aggiungendo però che quello che abbiamo adesso ci soddisfa molto quindi probabilmente con il senno di poi è andata bene così. 

Il confronto generazionale è forse ciò che, inconsapevolmente, porta alla creazione di progetti come Zeta. Se è vero che Zeta nasce da un’esigenza della nuova generazione, viene facile pensare che un’informazione così specificatamente indirizzata miri a colmare un gap, a sottolineare che nell’informazione di boomer e millennials manchi qualcosa di importante. Non mi va di essere eccessivamente critico – mi ha confidato Federico – ma ho idea che nell’informazione che c’è si senta forte uno stile di informazione ma manchi quello di comunicazione. Nel mercato dei grandi media, nonostante ci sia un enorme sviluppo dei social, manca totalmente un filo diretto tra chi informa e chi viene informato. Noi siamo nati nel 2020, anno in cui sono esplosi anche mezzi come Will, come Factanza, che sono indubbiamente i nostri modelli. Quello che noi cerchiamo di fare è garantire un filo diretto con la generazione Zeta, vogliamo essere un punto di riferimento per la generazione che per prima è realmente cresciuta con i social. Una cosa che tengo a puntualizzare è che noi partiamo da questo target, ma vogliamo arrivare a tutti. Anche se apparteniamo alla generazione Zeta e, quindi, è inevitabile che i nostri temi siano maggiormente legati alle nostre problematiche, ci siamo accorti che ci seguono anche i più grandi ed è una delle cose più piacevoli. Ci teniamo ad essere inclusivi a livello generazionale.

Comunicare, poter parlare, creare uno scambio è ciò di cui ha seriamente bisogno una generazione che ha dimenticato come si fa, o forse non l’ha mai sperimentato davvero. Parlando con Federico Roberti ci si rende conto che gli stereotipi generazionali sono troppi e anche ben radicati e che, come tutti gli stereotipi, nella maggior parte dei casi sono fallaci. I nuovi giovani sanno che manca qualcosa a chi li ha preceduti, ma sanno anche che si sono persi qualcosa e non hanno assolutamente voglia di mollare la presa.

A proposito del rapporto con i media tradizionali, noi vogliamo essere il punto di incontro tra un tipo di informazione che è totalmente spersonalizzata e tra un’informazione che è solo breaking news. I media tradizionali, per adeguarsi alle tecnologie e alla logica del click, hanno scelto spesso la via della breaking news magari decontestualizzata. Una cosa che apprezzo moltissimo ad esempio della BBC – e leggere la BBC è stato uno dei primi insegnamenti di mio padre – è che se tu ora entri in un articolo su, per esempio, cosa sta accadendo in Francia sulla riforma delle pensioni e ti sei perso le puntate precedenti sei sempre, come dice Francesco Oggiano, precompetitivo, cioè tu riesci sempre a recuperare tutto e ad avere il contesto. Un gap nel salto che c’è stato tra edicola e digitale è il dare per scontato che tutti sappiano quello che è successo, basterebbe sfruttare anche solo il poco spazio che dà il social per fare un breve recap e mettere tutti nella condizione di capire. Se la BBC è un gran modello, Federico mi spiega che la generazione Zeta non si è allontanata dai media tradizionali italiani. L’edicola esiste ed esisterà ancora – mi dice – è solo diverso ciò che noi cerchiamo lì. Io mi ritrovo ad andare in edicola o per incredibili edizioni speciali – tipo quelle dedicate ad eventi di particolare importanza – oppure per comprare Internazionale, TPI e quindi per prendere riviste che danno l’approfondimento e non la notizia. Ci dovrebbe essere, da parte dei media tradizionali, la lungimiranza di capire il trend dove sta andando e adeguarsi, quindi capire che magari il quotidiano come un tempo non avrà più senso perchè per la notizia cruda bastano dieci righe di post. La richiesta sta diventando l’approfondimento.

Il mondo dei social e la differenza tra connessione e comunicazione sono stati tra gli argomenti chiave di questa conversazione illuminante. Se è vero che la nuova generazione sa cosa siano gli strumenti che ha tra le mani, tutte le generazioni hanno oggi la necessità di capire qual è il modo giusto per utilizzarli. Lo sviluppo tecnologico, secondo Federico Roberti, è l’elemento chiave della differenza tra generazioni. Ed è lo stesso elemento, poi, che rende faticoso comprendere la generazione Zeta, sottoposta continuamente a giudizio negativo da parte delle generazioni precedenti.

Io e te ci portiamo dieci anni esatti di differenza – mi ha detto Federico quando gli ho chiesto cosa ne pensasse delle differenze tra generazioni e dell’opinione che si ha della GenZ – e sembra che ci sia un gap enorme. Per me tutto dipende dallo sviluppo tecnologico. Dal ‘97/’98 al 2008 c’è stato uno sviluppo costante e dal 2008 in poi c’è stata un’impennata folle, questo ha accelerato qualsiasi tipo di differenza anche all’interno di una stessa generazione. Penso che oramai le generazioni possono andare di due anni in due anni, potremmo addirittura parlare di sottogruppi, di sottogenerazioni. C’è poi da dire che i social sovraespongono ogni argomento: c’è il periodo in cui si parla di baby gang e sembra che la GenZ sia solo quella che fa scippi e rapine, poi diventiamo altro quando si parla solo di under 30 talentuosi. In realtà io credo che ci sia la stessa proporzione che c’era vent’anni fa tra quelli che erano più interessati all’informazione, quelli meno interessati e i delinquenti, solo che ora è tutto nel calderone pubblico dei social. Non dimentichiamoci che una conseguenza dei social è la creazione delle bolle: se sei un boomer che legge solo di giovani che delinquono avrai a disposizione sempre quel tipo di notizia, pensando sia quella l’unica verità.

La generazione Zeta è una normalissima generazione, differente dalle precedenti come quella degli anni ’70 era differente da quella degli anni ’40. Siamo una generazione che sta facendo il suo percorso con gli strumenti che ha a disposizione. Potremmo chiaramente parlare del fatto che questi strumenti sono sempre maggiori e forse eccessivi e questo sottolinea il gap. Ma è logico che ci sia, potremmo arrivarci tutti se ci fermassimo a pensare. Ma forse il pensiero è l’antitesi del social, che spesso è solo sinonimo di azione.

Una generazione come tutte, insomma, che però deve ancora fare i conti con il modo giusto di esprimersi. Un insieme di nuove menti che percepisce il distacco dal passato ma ha voglia di creare il futuro, che sa quello che ha a disposizione ma vuole che tutti lo utilizzino nel modo giusto. C’è una parte della conversazione con Federico Roberti che diventa, per me e dai millenial in su, fonte di stupore. Già solo parlando di social il direttore di Zeta mi dice che c’è stato un grande cambiamento sociale anche a livello di spazio. Se pensi – mi fa riflettere – che prima ci si trovava al parco e c’era il pettegolezzo e che ora questo non avviene più di persona, è diventato qualcosa che fai sui social. Quindi è stata traslata quella pulsione dal vivo a una funziona social e non sociale. Quando gli chiedo di approfondire il rapporto tra connessione e comunicazione e di dirmi se è vero, come percepiamo, che la generazione zeta tende alla solitudine e alla sempre minor socialità mi illumina con un’analisi di non poco conto. Questo credo sia proprio un fenomeno reale e ne ho sempre più la percezione perchè la mia bolla lo rende ancora più visibile. Io stesso sono sempre stato timido, qualcosa ha cominciato a cambiare negli ultimi anni di scuola ma poi mi sono reso conto dell’enorme divario creato dalla pandemia. Se prima il venerdì e il sabato erano istituzionalmente i giorni in cui si usciva, quelli della socialità, ora è scattato qualcosa di forte in me ma anche in chi è fuori dalla mia bolla. Ora rimanere a casa da soli è diventato quasi auspicabile, perchè c’è stata una modifica pesante nelle interazioni e nelle abitudini.

Più Federico parla più io sgrano gli occhi e mi rendo conto che non è stranezza la loro. La generazione zeta non conosce la normalità dei più grandi, di conseguenza non può capirla e viceversa. Non sono complicati, hanno semplicemente un vissuto diverso. Non rinnegano i pomeriggi ai giardinetti, non sanno proprio cosa siano.

Tutto questo dipende dalla pandemia – continua – ma è anche colpa dei social che tendono a creare bolle nelle quali ci sentiamo sempre iperconnessi, ma mai in comunicazione. Parlando, come mi hai chiesto, del rapporto tra connessione e comunicazione io penso alla prima in due modi: la connessione ad internet, cui ora hanno accesso tutti, e quella che poi porta alla comunicazione. La connessione fa tutta la differenza del mondo in base a come decidi di sfruttarla. Per me è un mezzo che poi porta alla comunicazione, quindi alla possibilità di avere relazioni sociali. Ma contemporaneamente paghi lo scotto di essere letteralmente dipendente dal social, dallo sviluppo di una vita overproduttiva e apparentemente perfetta e dalla necessità di rimanere connessi per stare al passo. Quindi si perde l’abitudine alla connessione fisica.

L’altro aspetto della connessione che considero sempre è la connessione intesa come dialogo e qui torno anche a Zeta, dato che è nato dall’esigenza di parlare e di esprimersi dei giovani che o non hanno ancora trovato il modo per farlo o quando l’hanno fatto non si sono sentiti realmente ascoltati. Quindi il presupposto, o uno dei presupposti, è stato questa voglia di metterci in connessione e ascoltare le persone che vogliono parlare. Ci accorgiamo che i nostri post sono pieni di commenti di gente che ha qualcosa da dire e argomentare. Abbiamo anche creato una rubrica – che si chiama “ci avete scritto” – in cui le persone parlano tantissimo anche di vicende strettamente personali.

I social, quindi, per la generazione zeta sono l’unico vero modo per rimanere in connessione. Ma sono i giovani stessi ad essere consapevoli del risvolto della medaglia. I social – sottolinea Federico Roberti – un po’ tutto internet in genere, ti danno sempre la risposta. Questo impedisce sempre più di sviluppare un pensiero. Per ogni problema trovi la risposta più semplice e questo ti porta a non riuscire a sviluppare dei rapporti sociali perchè i rapporti umani sono difficili, hanno alti e bassi, hanno pensieri diversi quindi se il social viene sfruttato come elemento di comunicazione costruttivo può essere uno strumento, se però si perde, e spesso succede, l’obiettivo per cui sei lì perdi il contatto con la realtà e ti ritrovi un’ora e mezzo su tiktok a scrollare e a dire “come ci sono finito qui?“. Anche il discorso delle scuole è importante e noi lo facciamo spesso. Dovrebbe assolutamente esserci un corso, un seminario, una materia obbligatori di sensibilizzazione all’uso dei social e della tecnologia in generale perchè il rischio è quello che la tecnologia sia troppo più grande del singolo individuo ed è normale che poi si faccia fatica ad orientarsi.

Qualcuno che ascolti, qualcuno con cui dialogare, una scuola all’altezza del cambiamento sono solo alcune tra le necessità che la generazione zeta ha e tenta di urlare ad un mondo a tratti sordo. Non rifuggono il contatto umano, lo temono. Non disprezzano i rapporti extra-schermo, ma non hanno nessuno che gli insegni come averli. Se boomer e millennials sono nati per strada e hanno imparato a utilizzare i cellulari, loro sono nati nel virtuale e devono imparare a stare per strada.

Ma la generazione zeta è pronta a mettersi in gioco. Quando chiedo a Federico Roberti se pensa di poter sfruttare il suo progetto virtuale per un ritorno al contatto umano mi risponde con un si entusiasta. Mi racconta del primo e unico evento in presenza organizzato da Zeta e, ancora emozionato, mi dice che lì sono venute moltissime persone ed è stato un bel momento di chiacchiere, conoscenze, confronto. Con lo stesso entusiasmo da prima volta mi racconta quanto sia stato bello scoprire cosa accade quando le riunioni di redazione vengono fatte in presenza. Ciò che succede quando ti vedi dal vivo, anche a livello ormonale e celebrale, non è paragonabile perchè si sviluppano delle reazioni chimiche che ti fanno sentire un tutt’uno, che ti fanno avere delle idee che non puoi immaginare, che ti fanno sviluppare cose che non si riescono ad immaginare da dietro uno schermo. Non è un caso che le idee migliori nascano dalle nostre riunioni dal vivo. La meraviglia, per la GenZ, è insomma scoprire cosa accade dal vivo. Ma secondo me siamo a un bivio – riflette Federico – la virtualizzazione della vita può diventare anche irrimediabile ma secondo me si è ancora in tempo per prendere consapevolezza, sfruttare il bello di questo strumento ma sviluppare una grande aggregazione sociale a livello fisico.

E il dialogo con le generazioni passate? Manca l’anello di congiunzione e ce ne siamo accorti anche noi di zeta che alle volte abbiamo fatto dei post molto critici nei confronti delle generazioni passate ma in modo stereotipato. Su questo potremmo essere anche noi più maturi, cioè renderci conto che  non tutto ciò che verrà o ciò che c’è stato è stato meglio o peggio. Questo lo dovrebbe fare ogni individuo appartenente a ogni generazione e capire cosa si può prendere di bello dal passato e cosa si può creare.

Non ci allontaniamo molto dalle riflessioni fin qui fatte quando, tornando a Zeta, chiedo quali siano gli argomenti più letti dalla generazione. Primo fra tutti c’è, infatti, il disagio psicologico. Questa voglia di parlare di salute mentale è un campanello d’allarme e un campanello di consapevolezza, noi ci stiamo rendendo conto che cresce sempre più la richiesta agli psicologi da parte dei giovani ma rimane lo stigma del richiederla davanti agli altri. Abbiamo parlato con psicologi che ci hanno detto che in sede privata vanno in molti, ma quando si fa una presentazione pubblica pochissimi riescono ad esternare i loro pensieri perchè c’è incomunicabilità dovuta alla imposizione di paletti alti che non si riescono neanche a sfiorare. Si fa fatica a parlare per davvero e anche Federico Roberti si è reso conto tardi che, come lui, anche molti compagni soffrono di ansia. Semplicemente non ne parlavano.

In Zeta la redazione utilizza dei Google Form per raccogliere idee, opinioni e pareri. Ne viene fuori una generazione interessata ai diritti sociali, alle ingiustizie legate al moderno mondo del lavoro e al disagio scolastico. E la politica? Si segue il trend – mi dice Federico – quando un argomento e sulla cresta dell’onda tutti vogliono saperne per fare bella figura nelle conversazioni. Poi, come è naturale che sia, l’interesse cala a seconda dei momenti.

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