C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui al sud, nel settembre successivo l’esame di maturità, i ragazzi e le ragazze neodiplomati partivano. Con valigie enormi, paura e entusiasmo, i giovani raggiungevano mete prestabilite. Roma, Milano e Bologna erano le più gettonate per iscriversi all’università. Continuare gli studi lì significava garantirsi un futuro migliore, scegliere di crescere per davvero, investire nella carriera.
Sono tantissimi i millennials del sud che hanno smesso di vivere sotto il tetto di mamma e papà a 18 anni, che hanno imparato in poco tempo a condividere stanze in appartamenti brutti con coinquilini improbabili per diventare presto i “fuorisede”. Ogni anno, per lo più alle feste comandate, i giovani emigrati tornavano, stracolmi di esperienze da raccontare e di panni da stirare, pronti agli abbracci dei genitori e a infiniti giri visite di nonni e zii impazienti di riaccoglierli. Ritrovare facce felici e parmigiane sfornate è sempre stata la grande certezza dei cervelli in fuga.
A Natale come a luglio, tuttavia, ad attendere i fuori sede non c’erano solo genitori, parenti, luoghi e rituali. Fermi lì, pronti a serate lunghissime e giri infiniti di Peroni, c’erano anche tutti quelli con cui i millennials emigrati condividevano oramai pochissimo ma che non vedevano l’ora di rincontrare: i giovani mai partiti, gli amici di una vita rimasti nel paese di nascita.
Ci sono stati giovani che, nella prima decade degli anni 2000, non hanno lasciato il paese d’origine. Questa, infatti, non è la storia di chi è partito e magari tornato, ma quella di chi non è mai andato via.
I motivi che hanno spinto alcuni ragazzi a non partire dopo la scuola sono i più svariati: impossibilità economica, impresa di famiglia già avviata, nessuna voglia di studiare. Alcuni, poi, non hanno mai sentito l’esigenza di andare via.
Molti di loro hanno studiato giù, in università raggiungibili senza metropolitana e con lezioni poco affollate.
Per anni i ragazzi che non hanno lasciato il luogo di nascita hanno passato lunghissime serate ascoltando racconti di vite lontane, di storie d’amore e di lavoro, di luoghi e esperienze; hanno provato invidia e si sono chiesti quanto avrebbero dovuto lottare per partire anche loro. Intanto la loro vita, a dispetto delle serate natalizie, andava avanti.
I giovani rimasti al sud con il passare del tempo hanno cominciato a popolare negozi, imprese e attività, hanno dato forza a piccole università crescendo e facendole crescere. Risparmiando su fitto e pranzi hanno viaggiato tanto, hanno ascoltato con interesse le esperienze di quelle città lontane e ne hanno fatto tesoro.
Fuori, ne sono sempre stati consapevoli, c’era qualcosa di più bello.
“Si, ma qui che possibilità hai” è la frase che più spesso i giovani rimasti si sono sentiti dire, quella che probabilmente non faceva trovare il coraggio per rispondere che per loro, in fondo, stare nel luogo di sempre non era così male.
I millennials rimasti a quelle non possibilità ci hanno pensato a lungo.
Anche perchè a Roma, Milano, Torino o Bologna gli altri, quelli andati via, hanno finito gli studi e lì hanno scelto di rimanere: master, borse di ricerca, dottorati, stage e contratti. Loro, sempre, hanno trovato spazio. Nella maggior parte dei casi i luoghi che li hanno accolti hanno riconosciuto il loro merito, consentendogli di rilassarsi a Natale e in estate, per godere di quell’aura da vip a tavola e sotto l’ombrellone.
Poi, però, qualcosa si è rotto.
Una ricerca Istat dice che dal 2012 al 2021 un numero pari a 1.138 milioni di persone ha lasciato il sud per trasferirsi al Nord.
Un altro rapporto, firmato Svimez, ci racconta quello che è successo dopo.
Tra il 2020 e il 2023 la percentuale delle persone che dal nord ha scelto di tornare al sud è aumentata del 15%, circa 62.500 persone l’anno.
Nel biennio 2023-2024 125mila persone si sono trasferite dal sud al nord, mentre 214mila sono tornate.
Complice il 9 marzo 2020, quando orde infinite di millennials emigrati si sono riversati di notte in stazione con una valigia fatta in cinque minuti e il terrore negli occhi all’idea di non rivedere casa e affetti per un po’, la magia della vita fuori sembra essere pian piano svanita.
Gradualmente, inconsapevolmente, molti si sono fermati. A casa, in smart working, hanno ritrovato la loro casa, le loro comodità, la bellezza di un caffè con i genitori e di una pizza improvvisata e poco costosa.
Probabilmente è stato quello il momento in cui hanno cominciato a guardare diversamente i luoghi da cui erano andati via e anche la vita di chi è rimasto, per tempo ignota e incomprensibile, ha assunto un’aura differente.
Quello che è rimasto al sud, diversamente dall’impressione suscitata durante le festività, ha cambiato aspetto nel corso del tempo. La vita di periferia è rimasta intatta senza fermarsi mai. Qualcuno ha scoperto che nella vita dei giovani rimasti giù non ci sono stati solamente pranzi a casa di mamma, passeggiate sul lungo mare e Peroncini fino a tardi. Come chi cresceva al nord, quelli al sud hanno lavorato, cercato casa, conosciuto gente nuova pur stando nella città di sempre.
La tendenza del “ritorno al sud” ha contribuito a spostare il focus e all’improvviso il circolo dell’invidia sembra aver cambiato direzione.
Sul palco, con il faro puntato addosso, sono saliti finalmente tutti quelli che fino ad ora erano stati ignorati. I millennials rimasti a casa hanno trovato, senza averlo cercato ma indubbiamente essendoselo guadagnato, uno spazio per farsi riconoscere.
Mentre fuori gli emigrati si facevano strada, i giovani di periferia hanno parlato poco e agito molto. Hanno studiato anche loro, accumulato titoli e esperienze sul campo, per lo più pagate miseramente. Hanno consultato bandi comunali, provinciali e regionali cercando e trovando opportunità. Spinti da una forza misteriosa, tra casi di cronaca a classifiche sconfortanti della qualità della vita, non si sono arresi.
Sono passati dal dover restare allo scegliere di restare, rendendosi conto che il sacrificio non è solo la lontananza, che la vera sfida è rimanere.
La loro scelta facile di qualche anno fa è diventata, a ragione e finalmente, il coraggio di oggi.
Un rapporto di Unioncamere pubblicato nel 2024 dice che 144mila giovani tra i 15 e i 29 anni, grazie all’autoimprenditorialità, hanno aperto attività prevalentemente in settori innovativi e tecnologici provando a contrastare la crisi, facendo impresa e creando lavoro per sé stessi e per i loro coetanei. Lo stesso rapporto svela che di questi giovani imprenditori il 35,4% è presente nel Mezzogiorno, il 28,5% nel Nord Ovest, il 16,7% nel Centro, e infine il 19,4% nel Nord Est.
Questo dato racconta il modo in cui i ragazzi e le ragazze hanno reagito alla mancanza di possibilità. L’autoimpresa è stata e continua ad essere, infatti, una delle risposte di chi è rimasto nonostante il “ma qui come fai a vivere” degli anni passati.
Nel posto in cui “non rimarrei mai” molti sono rimasti e hanno fatto concorsi, colto opportunità, fatto rete. Si è creata una sorta di strana alleanza tra i ragazzi del sud, pronti a riconoscere il valore di ciò che c’è fuori e a voler, anche per questo, salvare quello che c’è dentro.
Prima ancora che tiktok invadesse la scena, i giovani di ieri (adulti di oggi) hanno sfruttato tutto il tempo a disposizione per fare e raccontare sui social quello che stavano vivendo.
L’impresa al sud e il pranzo della domenica sono diventati il vero lusso da invidiare, la scelta eroica di cui dover parlare. Le storie del sud hanno cominciato ad invadere giornali e reportage. “Resto al sud” è diventato uno slogan, se ne è fatto un libro in cui si raccontano storie di ragazzi e ragazze che hanno fondato imprese nei loro paesi e che non hanno alcuna intenzione di cercare una casa in fitto a Roma.
Le loro storie, reali, sono diventate un successo virtuale e come spesso accade hanno fatto tendenza. All’improvviso, nelle chiacchiere con gli amici emigrati, quelli rimasti si sono sentiti ammirati.
Il cambio di tendenza non è stato casuale, non è stata magia.
Le immagini della vita lenta e il fascino che suscita un negozietto aperto in riva al mare hanno dietro sacrificio, coraggio, scelta.
Il rapporto Svimez allora non è un dato, è la fotografia di un paese in cui hanno preso potere i giovani in cui nessuno credeva, quelli che sono cresciuti nel deserto e hanno dovuto trovare la strada. Alcuni hanno scelto di andare verso quella spianata, anche se non semplice, del lavoro certo, altri, con pazienza e dedizione, ne hanno costruita una nuova. Tutti, oggi, sono complici di una rinascita che sta pian piano rendendo nord e sud posti uguali, egualmente luoghi giusti in cui vivere.
Il percorso, chiaramente, non è stato e non è oggi così semplice e lineare.
La storia di chi è rimasto non è solo un racconto di successo.
Non tutte le imprese giovanili del sud hanno sfondato o sono durate nel tempo, la maggior parte tuttavia è stata il pretesto per crederci e restare, pur reinventandosi, guardandosi attorno, popolando PA e imprese già esistenti.
I millenials rimasti accettano ancora stipendi più bassi, posti di lavoro non ideali, difficoltà territoriali e organizzative, pregiudizi e incertezze. Ma nel frattempo fanno rete, sfruttano il doversi muovere in luoghi piccoli per crearsi altri lavori, per portare novità.
Fanno tutto in virtù di un amore spassionato per una terra maledetta, per la voglia di veder invecchiare i loro genitori e di crescere con quegli amici che, rimasti con loro, sono diventati la certezza inossidabile, per la necessità di dimostrare che è possibile vivere bene anche dove sembra impossibile.
Sono questi obiettivi a rendere la sfida di chi è rimasto valida, a porre una prima base per una rinascita che coinvolge tutto il paese.
Viene da pensare, infatti, che dietro l’inversione di tendenza dei dati online non ci sia solo crisi economica e impossibilità di far fronte a costi di vita esagerati. Probabilmente se al sud qualcosa non fosse cambiato gli emigrati avrebbero affrontato l’ennesima difficoltà del nord senza nostalgia per ciò che hanno lasciato troppo presto.
Il ritorno al sud è quindi anche merito di chi non è mai andato via, scommettendo su una storia differente senza paura di fallire.
Oggi c’è chi è andato e non tornerà, c’è chi è rimasto e non andrà mai via, c’è chi torna e si ritrova.
La strada da fare per i millennials è ancora lunga, probabilmente complessa, ma hanno trovato il modo di riunirsi, di lottare per ciò in cui credono e di amare tutto, anche le cose difficili.