Non esiste più, per fortuna, un solo modo di parlare di libri. Non c’è più, fortunatamente, un modo giusto di parlare di ciò che ci piace leggere, ascoltare e guardare. C’è la voglia di condividere che sovrasta la forma e, molto spesso, è la carta vincente per parlare delle cose nel modo giusto.
A maggio, ad esempio, mi è capitata una cosa particolare. Maggio in Italia è il mese dedicato ai libri: c’è il Salone Internazionale di Torino e c’è il Maggio dei Libri. In qualche modo siamo bombardati di notizie sui libri e se un po’ ci piace leggere star lì a vedere che succede in quel mondo e fare qualcosa per arricchirlo viene spontaneo.
Io a maggio di quest’anno ho letto cinque libri e li ho condivisi con chi ne aveva voglia in tre modi, tutti diversissimi tra loro.
Modo numero 1. Il cocktail.
Una rassegna in cui, in un locale piccolissimo, con venti posti a sedere e degli sgabelli bassi in legno, ogni libro presentato veniva abbinato ad un cocktail ideato dal proprietario, bartender professionista.
Il primo libro di cui abbiamo parlato è quello scritto dall’ideatore della rassegna. “Collisioni accidentali” di Adelmo Monachese è uscito a maggio per Affiori, nuova casa editrice costola della Giulio Perrone Editore. Adelmo Monachese è un autore satirico e stand-up comedian. “Collisioni accidentali” è un romanzo che ha come protagonista Carlo, docente di comunicazione italiana in un liceo privato, il primo a prendere il nome dal suo sponsor. Quella di Carlo è una vita comune, ma piena di piccoli mostri con cui combattere. Ansia, gastrite, vita sentimentale a rotoli sono gli ingredienti di una quotidianità che Carlo prova ad affrontare. Le piccole vendette di Carla, sua ex compagna e preside della scuola, rendono le cose ancora più difficili. Tuttavia, tra passeggiate notturne, il cane del vicino e lunghe chiacchierate con i portinai del pronto soccorso le cose per Carlo cominciano a cambiare. Protagonista e filo conduttore della storia, e del cambiamento di Carlo, è anche il rugby. Uno sport di cui il protagonista all’inizio conosce molto poco, lo scopre praticandolo e regalando al lettore uno svezzamento utile a conoscere ogni regola della palla ovale. Va a finire che “Collisioni accidentali”, con ironia mai banale e svolte inaspettate, ci regala anche una storia d’amore e la consapevolezza che anche i giovani ricchi e una scuola discutibile possano nascondere dei tesoretti da scoprire.
Alex D’aloia, il proprietario del Lefty, ha abbinato a Collisioni accidentali un whiskey sour alla birra. Originale e buono, con il sapore di birra che ci portava dritti in un’atmosfera post partita perfetto per chiacchierare di “Collisioni accidentali”.
Avevamo molti punti interrogativi su come sarebbe andata. Oggi possiamo raccontare che il locale quella sera era pieno, che Adelmo Monachese ha battezzato il suo nuovo romanzo con una conversazione rilassata in cui ha potuto parlare del rugby, quello che c’è nel libro e quello giocato nella vita vera e l’ha ispirato, di quello di cui parla il libro e dei libri che ha letto prima di scriverlo. Il pubblico, quello che conosceva l’autore e anche quello che mai ci aveva visti in giro, ha alternato sorsi di cocktail a riflessioni sull’ironia e sulla comicità, che troppo spesso sembra lontana dalla vita vera con cui, in “Collisioni accidentali” fa il paio in maniera perfetta.
Avremmo potuto andare avanti per ore, mentre Alex continuava a preparare cocktail e la birra scorreva sciogliendo anche i più timidi. Si è parlato di libri, ispirazione e sport così, con semplicità, pure ridendo un bel po’. E l’autore ha anche annunciato che la storia di Carlo continuerà.
La rassegna al Lefty è andata avanti per tre giovedì consecutivi. Al secondo appuntamento eravamo tutti più rilassati, al terzo c’era già un gruppo consolidato di fedelissimi. Il quarto giovedì ci siamo sentiti vuoti e ci siamo promessi progetti futuri insieme.
Il secondo libro presentato è stato “Cattive divise” di Antonio Diurno. Un saggio che ricostruisce nel dettaglio la vicenda della Banda della Uno bianca. Stessa atmosfera raccolta e confortante della prima presentazione, ma toni decisamente più seri e facce più contrite.
Nello stesso posto, quasi le stesse persone si sono fermate a ragionare su una vicenda che conoscevano, chi più chi meno, con dettagli che forse non ricordavano.
Il cocktail che Alex d’Aloia ha preparato, dandogli il titolo di “True Crime”, era ispirato al classico “Godfather” e, anche questa volta, ha centrato pienamente l’obiettivo.
Antonio Diurno ha letto le parole di un componente della banda della Uno Bianca e parlato del suo libro con il fervore che lo contraddistingue. Anche in questo caso è risultato difficile cogliere il confine tra la fine della presentazione e l’inizio delle chiacchiere post evento. Le due cose si sono unite e, come un gruppo incontratosi per dare spazio alle sue idee, si è parlato di crimine, Italia, esperienze e scrittura fino a tardi.
Ci è voluta un’intera settimana, ma poi ci siamo reincontrati tutti. Stesso posto, stessa ora, libro diverso.
L’ultimo appuntamento lo abbiamo dedicato ai racconti, che solitamente leggo poco e avevo paura di affrontare. Per fortuna questo era il libro giusto per mollare i pregiudizi sui racconti.
“Scuola di santi” di Alessandro Galano ha ispirato un cocktail celeste, in perfetta armonia con il contrasto tra sacro e profano che contraddistingue il libro.
Sorseggiando quello strano Margarita fluo abbiamo analizzato i racconti di Alessandro Galano, portando il pubblico in un viaggio tra storie molto diverse tra loro ma legate da un filo rosso che non sfugge. Tutti i racconti di Galano, infatti, parlano di amore e dolore, dei contrasti tra le complessità della vita che, anche nei racconti distopici, hanno la capacità di farci riflettere a lungo, di farci immergere in una storia densissima anche se breve.
Di cose di cui parlare, quando il libro da presentare contiene più di una storia, sembra ce ne siano un’infinità. Anche in questa occasione, quindi, è stato complicato chiudere la presentazione anche quando i soliti tempi tecnici lo imponevano. Ma la voglia di parlare ha tolto spazio alla formalità: Alex continuava a preparare cocktail e noi continuavamo a ragionare su quanto sia bello e complicato attrarre un lettore con un racconto e di quante cose possano esserci in una storia di poche pagine. Per esempio i luoghi: in Scuola di santi sono riconoscibili le piazze e le strade per chi vive in terra foggiana, ma c’è la bravura di rendere tutto universale, intellegibile anche a Milano.
Scuola di santi, con cui Galano ha vinto sul mio timore per i racconti, ha chiuso la rassegna. Quando ci siamo salutati stavamo già parlando della versione invernale della rassegna, di come arricchirla, della bellezza di indossare il nostro maglione preferito e star chiusi lì, a parlare di libri sorseggiando un nuovo drink.
Modo numero 2. Il classicone
La presentazione in libreria non morirà mai. Il più classico e semplice modo per conoscere un libro e il suo autore ha per me sempre un grande fascino, a patto che sia fatto nel modo giusto. Le presentazioni in libreria hanno una caratteristica fondamentale: possono essere belle e piacevolissime oppure essere una noia mortale. Non esiste una via di mezzo.
Responsabile della buona riuscita di una presentazione è, manco a dirlo, il presentatore. Lui legge il libro, lui deve saperlo raccontare, lui deve fare le domande giuste per fare in modo non solo che l’autore o l’autrice parli ma per stimolare la curiosità del pubblico. Poi c’è chi scrive. Gli scrittori non sono tutti uguali, non a tutti gli scrittori piace parlare dei loro libri e, soprattutto, non tutti sanno parlare di quello che hanno scritto.
Tralasciando le analisi sulle presentazioni in libreria – che forse meriterebbero un articolo a parte – veniamo a quella di maggio. Il libro che ho avuto la possibilità di presentare è “Tutta la vita che resta” di Roberta Recchia. Uno di quei libri che nell’ambiente definiscono caso editoriale, uscito a marzo per Rizzoli e ancora ben piazzato in classifica.
Coperina, eccessiva e improvvisa fama social e incipit fanno pensare a una storia come tante. Sciocco chi si ferma all’inizio, perchè il libro è denso e ben poco scontato. Roberta Recchia ha esordito con un romanzo che racconta uno stupro e una morte nella Roma negli anni ’70, quindi tutto quello che è accaduto dopo dentro e attorno la famiglia che ha subito la tragedia. Presentarlo non è stato così semplice, ma ho potuto farlo accompagnata da Salvatore, il libraio di Ubik Foggia cui mi lega un bellissimo rapporto, e dalla raffinata emozione dell’autrice.
In sala molti avevano già letto il libro e la presentazione si è trasformata presto in conversazione partecipata. L’entusiasmo di chi aveva amato quella lettura ha coinvolto chi poi ha comprato il libro e ha fatto riflettere noi che l’abbiamo presentato. La presentazione, che senza esagerare con la presunzione è ben riuscita, è stata una di quelle occasioni utili per capire che i momenti di incontro classici servono ancora.
L’autore in libreria ha bisogno di spalle e lettori, cresce con il suo libro e il lettore o il presentatore lo accolgono nella sua fragilità. Viene fuori, quando funziona e anche così, l’essenza del libro, con la possibilità di dire al lettore che in libreria c’è anche quello.
Per questo maggio il metodo classico ha funzionato. Io mi sono portata a casa una bella conoscenza e un libro che forse non avrei letto nel breve periodo, perdendo l’occasione di rimanere affascinata anche dal più semplice dei modi esistenti per parlare di libri.
Modo numero 3. Il gruppo
Un altro classicone, un porto sicuro. Al suo terzo appuntamento, il gruppo di lettura a cui mi sono dedicata quest’anno, in qualità di organizzatrice, prevede un tema diverso ogni mese. Del libro scelto se ne parla in un incontro con esperto del tema, che ha contribuito alla scelta del libro stesso.
A maggio, grazie a questo gruppo, io ho conosciuto la scrittura di Gianrico Carofiglio e l’avvocato Guerrieri, il suo personaggio più famoso. “Testimone inconsapevole” vede l’avvocato protagonista della saga alle prese con un caso per niente semplice. Dovrà difendere un extracomunitario dall’accusa di omicidio, combattendo con cavilli giuridici e vita quotidiana. A far da cornice anche una storia d’amore che nasce e le strade di Bari e della sua provincia.
Per parlare di questo libro ho chiesto aiuto all’associazione dei giovani avvocati. Con la loro presidentessa ho condotto la conversazione sul libro affrontando una tematica sulla quale io per prima non smettevo di fare domande: ma davvero in Italia la giustizia è così? Tra i lettori che hanno partecipato c’era qualche avvocato, pronto a raccontare le difficoltà della legge italiana. Poi i curiosi, come me, hanno sfruttato la conversazione per un confronto su quella scrittura semplice e capace di raccontare concetti complessi anche ai non addetti ai lavori.
Alla fine, in buona sostanza, abbiamo parlato del romanzo e di moltissime altre cose. Io, per esempio, ho scoperto che gli avvocati adorano questa saga perchè è l’unica in cui c’è un racconto veritiero dell’avvocatura, ho capito che le storie dell’avvocato Guerrieri mi piacciono e che senza questo gruppo di lettura non avrei colto un bel po’ di sfumature dei libri letti.
Qualche lettore, in questa occasione, ha scoperto che si può partecipare ai gruppi di lettura anche senza aver letto il libro e che, alla fine, qualcosa da dire sui libri c’è sempre.
Metodo numero 4. Il party
Vale la pena raccontarlo partendo dalla conclusione: questo evento è stato la dimostrazione che i social, quando si è in grado di usarli, sono utilissimi per creare qualcosa di nuovo e ben riuscito.
L’idea del Reading Party quella nata in america – qui se ve la siete persa – di cui ho scelto di parlare in qualche storia instagram di questo blog. Le reaction alla storia in cui, per gioco, lanciavo l’idea di organizzarne uno in città hanno portato alla voglia di farlo davvero. Un’amica e social media manager, Alessia Musella, si è offerta di organizzare con me e dal dire al fare è stato un attimo.
Abbiamo scelto il locale, lo Spleen, che con la sua atmosfera e i suoi salotti si prestava alla tipologia di evento. Fissata la data, la locandina social, il nostro impegno e il passaparola hanno fatto il loro dovere.
La sera dell’evento io e Alessia non sapevamo quante persone ci sarebbero state né quello che davvero avremmo fatto. Con incertezza, a locale pieno a mezz’ora dall’orario di inizio – qui non esiste la puntualità – abbiamo azzardato una piccola presentazione e dato il via alla lettura. Ognuno, con il suo libro e nella postazione che aveva scelto, ha letto per un’oretta, sorseggiando drink e spizzicando patatine, focaccia e olive comprese nell’offerta ideata da Raffaele, il proprietario dello Spleen.
Non abbiamo dato regole oltre “leggiamo per un’ora poi facciamo quello che ci va”. Un pochino ci siamo pentite della poca rigidità, qualcuno ha chiacchierato disturbando la lettura altrui e ci è dispiaciuto. La maggior parte dei presenti, però, ha letto con serenità e si è goduto la serata, noi per prime.
L’esperimento, alla fine, ha goduto di una marea di “quando lo rifate?”. Non lo abbiamo ancora rifatto, ma accadrà.
Nel frattempo ripensando a maggio il ricordo di quella serata è tra i più belli. Con un party letterario ho conosciuto persone, ho curiosato tra le letture altrui e ho goduto di scambi di trame diversissime tra loro. Quella sera abbiamo impilato i libri e prodotto contenuti social senza pensare ai social, abbiamo socializzato un bel po’. C’erano i libri, c’era il lato bello dell’online e quello magico dell’offline. C’è stato, alla fine, un altro modo nuovo di parlare di libri, un altra modalità che se è giusta non lo sapremo mai, ma che ci ha regalato qualcosa e tanto basta.
Tutti i libri citati in questo articolo si trovano in libreria e sugli store delle case editrici. Se volete leggerli è molto facile comprarli.