“Si vede che tu i libri li leggi”. Me l’ha detto uno scrittore qualche giorno fa a proposito di una recensione che ho scritto sul suo libro. Un complimento che io reputo incredibilmente bello. Lo terrei stretto se non fosse che è venuto fuori mentre commentavamo un articolo, apparso su un giornale online non registrato in tribunale e dai collaboratori inconttatabili, che risulta quasi del tutto UNA COPIA della mia recensione.
Per scrivere l’articolo che allo scrittore è piaciuto tanto io ho comprato quel libro, l’ho letto e, quando ho capito che mi sarebbe piaciuto scriverne, ho riletto quello che avevo sottolineato e impiegato qualche buona ora del mio tempo per buttare giù idee, scrivere, correggere, riscrivere. Poi ho proposto la recensione, l’ho mandata in revisione e l’ho vista pubblicata. Ci ho lavorato su. Ogni parola di quell’articolo è frutto di lettura, esperienza, anni di professione.
Poi, qualche giorno dopo, le mie stesse parole, le mie stesse opinioni appaiono sotto la firma di una persona che non conosco. Lui, per lavorare su quel libro che io ho letto e riletto, ha semplicemente copiato e incollato il mio articolo.
Io e il responsabile della testata per cui ho scritto abbiamo provato a contattare lui, poi la testata su cui è apparso il pezzo copiato, poi il direttore di quella testata. Nessuno ci ha risposto, alcune mail sono tornate indietro. Ho scritto all’Ordine dei Giornalisti della regione cui risulta iscritto il direttore di testata. L’autore del mio pezzo, invece, non risulta iscritto all’Ordine dei giornalisti, anche se si definisce “cronista” online.
Ho denunciato ad un sindacato il plagio e attendo risposte dall’OdG.
Nel frattempo il mio articolo a firma altrui è ancora online. Ogni tanto ci clicco su (non dovrei, pazienza) e penso a quanto sia complicato scrivere e fare giornalismo oggi. Penso che di fronte a cose come questa un po’ ha ragione chi dice che il giornalismo oggi è una roba semplice, alla portata di tutti, una roba che non ci vuole niente a fare. Infatti tutti oggi possono avere un blog o un sito, possono scrivere e firmare articoli, possono definirsi articolisti, cronisti, recensori. Tutti possono fingere di aver letto un libro e scriverne.
Allora penso anche che forse leggere libri, scrivere, cancellare e riscrivere non vale sempre la pena. Posso risparmiare tempo, farlo fare agli altri, copiare.
“È terribile, però vuol dire che sei brava.” Mi ha detto anche questo l’autore di quel libro bello scorgendo la mia delusione, la tristezza di vedere le mie parole a firma altrui.
Ripenso anche a queste parole e torno indietro alla mia gavetta. Rubare nel giornalismo non è mai stato sbagliato, anzi. Bisogna sempre, continuamente, leggere chi è più bravo di noi. Scorgere la sua tecnica, il suo approccio alla notizia o alla roba da recensire. Quelli bravi devono formare quelli che devono imparare senza conoscerli, se scrivono bene chi li legge può imparare come si scrive. Se nella vita vuoi scrivere devi leggere, leggere sempre e continuamente roba scritta bene. Allora ruberai il modo giusto di scrivere ma con il solo intento di trovarne uno tuo, altrettanto giusto, magari utile ad insegnare qualcosa a qualcun altro.
Copiare, tuttavia, rimane sempre vile, inutile, atto a chi non sa fare e pensa di poter fregare i lettori.
Io allora non lo so se il tizio che ha copiato il mio articolo mi reputa brava, se pensava che rubando il mio lavoro avrebbe fatto bene il suo. Non so se lui sia stato pagato per il mio lavoro. So però, per certo, che il suo lavoro non è giornalismo, il mio si.
So che mi dispiace da morire che il mio tempo impiegato a leggere, scrivere, cancellare, rileggere e pubblicare sia diventato un pezzo scritto da qualcuno che non sono io e che tale rimanga online, che qualcuno possa pensare che lui scrive bene con le mie parole.
So, ancora, che mi fa rabbia il fatto che paia non esserci realmente modo di punire chi online copia, inganna, sputa sul giornalismo.
So, alla fine dei conti, che a sbagliare sono io quando penso che non vale la pena fare questo mestiere.
Quindi so, ancora, che fare vero giornalismo serve soprattutto a star qualche gradino sopra questa gente, a non fermarsi di fronte all’incapacità di dare valore al lavoro, qualsiasi esso sia.
So che quando vedete un pezzo vostro copiato e non lo denunciate sbagliate, perché magari rimane online ma voi non avete fatto niente per impedirlo. So che se copiate roba scritta dagli altri non state facendo nulla che sia perdere del tempo, rendervi ridicoli. Quel tempo potreste impiegarlo per leggere qualcosa che vi renda migliori.
Scrivere continuamente, purchè quel che si scrive sia frutto del proprio lavoro e della passione, ha senso, serve a surclassare chi non ha ancora capito che fatica ci sia dietro la scrittura.
So che è vero che io i libri li leggo e non smetterò mai di farlo, soprattutto se voglio scriverne. Ho la certezza che vale tantissimo la pena fare questo mestiere, anche se ti copiano i pezzi. La differenza tra gli articoli rimane: uno sarà sempre il pezzo che ha regalato qualcosa di bello alla società, alla cultura, all’arte e chi l’ha scritto potrà fare ancora moltissimo, l’altro rimarrà solo un pezzo scopiazzato, inutile.
Il mio articolo, comunque, è questo: “Le vergini del commissario Malandra” di Franco Avallone: omicidi, processioni e un personaggio da scoprire
Quello copiato non ve lo metto, tanto c’è scritta la stessa roba, ma senza emozione.