Tutto quello che hanno da dire questi giovani
Siamo in Italia, è il 2024. Le cose nel mondo vanno malissimo: da due anni c’è una guerra europea che stenta a finire, sulla striscia di Gaza muoiono ogni giorno troppe persone per un conflitto complesso e feroce, in America continua ad ottenere consenso Donald Trump e il cambiamento climatico crea danni continui.
Poi, da queste parti, si condannano l’aborto e i matrimoni gay, c’è pochissimo lavoro, le donne devono fare figli e guadagnare di meno, c’è la preghiera come soluzione a tutti i danni del mondo, non c’è una riforma della scuola e i giovani sono depressi e stanchi.
Sono loro i protagonisti assoluti del dibattito pubblico: i ragazzi e le ragazze di oggi. Cresciuti a pane e tecnologia, sono sulla bocca di tutti quelli che dicono come dovrebbero essere e cosa sono diventati.
Si dice siano vuoti, concentrati sui video di tik-tok e poco acculturati.
Nelle scuole si lotta per togliere i cellulari identificati come il male del secolo.
Pare leggano poco, non scrivano, non si interessino. Usano lavagne interattive e probabilmente a mano non sanno scrivere più, escono poco e quando lo fanno girano video, seguono tendenze e qualche volta fanno danni.
La nuova generazione è diversissima dalle precedenti. Si dice non conosca i valori, l’amore, le cose pure e la vita senza videogiochi.
Di questa generazione quelle precedenti dicono di aver capito tutto. Ne hanno fatto un fascio enorme di persone vuote e potenzialmente inutili. I giovani hanno la colpa di aver distrutto il nuovo mondo.
Peccato che questi ragazzi e queste ragazze in un mondo distrutto già ci sono nati ed è difficile pensare abbiano agito prima di esistere.
Proprio quei giovani, che negli ultimi anni hanno studiato chiusi in casa e lontano dagli amici, che vedono guerra e distruzione, che non hanno risposte sul loro presente e figuriamoci sul futuro, nel febbraio 2024, in Italia, non rimangono in silenzio.
Come è accaduto spesso nel corso della storia, i ragazzi e le ragazze si rendono conto che se il mondo è in pericolo chi rischia di rimetterci le penne sono loro. Loro, quindi, devono salvarlo.
Scendono in piazza, a Pisa e Firenze manifestano predicando la pace, difendendo una Palestina dilaniata da quel che subisce nel conflitto con Israele. Ma un corteo pacifico si trasforma in un caso di cronaca. Una carica della polizia, armata di manganelli, irrompe nel corteo. Non lo scioglie, lo devasta. Colpisce i presenti, li ferisce.
Il paese rimane interdetto e contemporaneamente si divide. Molti alzano la voce in favore di quei giovani che hanno scelto di dire la loro e di farlo invadendo le strade, con un metodo antico ma mai fuori moda.
Moltissimi, ancora, puntano il dito in difesa di un sacrosanto ordine pubblico. Improvvisamente una manifestazione non autorizzata, seppur pacifica, diventa reato.
Questo è uno di quei fatti che fa spalancare gli occhi a chi ha voglia di osservare.
Si apre all’improvviso il sipario e il faro punta su un momento bassissimo del paese, quello in cui la polemica supera i contenuti e in cui c’è sempre, perennemente, una confusione fatta di mille inutili parole.
Proprio qui si sono perse le parole più importanti, dette e non dette, dei giovani. I ragazzi e le ragazze, quell* che sono scesi in piazza ma anche quelli che non c’erano e nascondono spesso il viso dietro gli schermi, sembrano essere intrappolati in quei brutti sogni in cui si cerca di urlare e la voce non viene fuori.
La nuova generazione, la GenZ e poi la Alpha, è quella reduce da anni complicati.
Figli e figlie di gente nata e pasciuta nel boom economico, questi ragazzi sono cresciuti tra mille agi. La tecnologia che hanno sempre avuto a disposizione li ha automaticamente classificati come fortunati e coccolati.
Il rovescio della medaglia, però, è enorme anche se nascosto sotto il tappeto.
La generazione “agiata” è nata con uno smartphone in mano e nessuno che sapesse davvero spiegargliene l’utilità, è entrata in una scuola non tecnologica né in grado di dire di tecnologia. In Italia quella stessa generazione è nata e cresciuta in un momento storico di confusione politica, senza partiti e con molti vuoti politicanti. Ha cominciato, da subito, a fare i conti con un pianeta sofferente e con un clima inspiegabile. All’improvviso, nel bel mezzo degli anni della scuola o al più dei primi anni di università, si è trovata travolta da una pandemia e chiusa in casa, con il cellulare come unico mezzo di evasione e la paura degli adulti da gestire.
I mezzi per aiutare questa generazione non c’erano, in fin dei conti non ci sono mai stati.
Così proprio loro, quelli fortunati e sprezzanti, si sono rimboccati le maniche. Tutti, forti e fragili, hanno cominciato a fare i conti con ansia, depressione e una moltitudine di sentimenti che “i grandi” sminuiscono. Per i ragazzi e le ragazze, invece, quel disagio mentale è diventato un tabù da sdoganare per sopravvivere. Armati dei loro pluricriticati social, di cui cercano di essere padroni tra mille difficoltà, hanno cominciato a dire qualcosa, a far sentire i loro pensieri, a cercare di capire come uscirne vivi.
Illudersi che qualcuno abbia osservato quello stato d’animo è utopia. Unica reazione è stata fingere che le parole dette dentro uno schermo fossero non parole, quindi fare come se i problemi di cui quella strana generazione parla non esistano.
Non hanno importanza le guerre, il clima, la depressione, l’omofobia e il dubbio.
Non c’è spazio per le complicazioni. Più facile dar voce a boomer e millennials interessati ai Ferragnez, alla nostalgia del passato che neanche sanno sfruttare per creare un futuro.
Tra i corridoi di scuola e sul web, come zombie buoni, solo qualche sacrosanto millennial combatte per dar voce ai ragazzi e, accompagnato dai rari esemplari di Christian Raimo e Roberto Vecchioni, armato di eroismo donchishottiano, cerca di spiegare cosa c’è ancora da fare, quanto c’è ancora da ascoltare.
“Sogna ragazzo, sogna” si urla sul palco di Sanremo mentre chi dovrebbe sognare viene zittito, invogliato a canticchiare senza denunciare, a incatenarsi a un sistema in cui per i sogni c’è davvero poco spazio.
Allora i ragazzi e le ragazze di oggi vengono condannati sia quando creano contenuti digitali che quando scendono in piazza. Con loro, che sono gli unici che hanno capito le potenzialità del mondo che si evolve, nessuno si è seduto a ragionare su come utilizzare ogni mezzo nel modo migliore. Di loro nessuno ha ascoltato i dubbi, su di loro troppi puntano il dito, per loro pochi fanno qualcosa.
A dominare, in definitiva, sono ancora i non ragazzi. Quelli che provano a comandarli, che fanno tacere gli insegnanti millennials pagandoli una miseria e che vietano cellulari e discorsi importanti per la vergogna di non saperne fare uso.
Allora va a finire che se quei giovani vuoti e senza sogni scendono in piazza è anche per sbatterci in faccia che è giunto per loro il momento di riprendersi quello che gli appartiene.
Lo scempio di una manifestazione fallita per colpa dello Stato è l’occasione per ridare ai ragazzi e alle ragazze la voce che gli è stata tolta. Quindi, una volta per tutte, tacere e ascoltare. Imparare da loro e dare loro quel che potrebbe mancargli, se ancora qualcosa c’è.
Lasciare quindi non che riparino ciò che è stato rotto, ma che ripartano da queste macerie per costruire il mondo che meritano nel miglior modo possibile.
Non saranno supereroi, ma hanno voglia di uscirne vincitori.
Dopo tutto i sogni non hanno forma, stanno bene dal vivo e online: fermarli è impossibile.